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Come ha ben affermato il presentatore della serata con questo racconto si torna anche un pò alle radici forti della nostra narrativa.
A Verga,con un pò di quello stupore ferito di Ciaula scopre la luna e dei suoi personaggi del popolo "qualunque" e si torna anche a Pirandello, nel gioco di identità che si mescolano e confondono.Agli autori non è certo mancato un grande percorso da lettori.
E' certamente una storia di tutti che commuove e fa ridere, attuale ma oltre l'attuale.
Ha la capacità di essere viva attraverso una lingua che è quasi "sinapsi antropologica" di un mondo e di una cultura.
Questo posto trevigianissimo dove " il creativo non attecchisce" ( ciò ma xè campagna qua, eh.....) è un anche un luogo sociologico e generazionale di cui passa in questo monologo in modo sottile e amaro, tutto ciò di cui è intriso uno stile di vita: i locali del divertimento, gli stereoitipi di comunicazione tra i sessi, i precisi codici attraverso cui veicolare anche le emozioni più profonde e viscerali, come l'affetto per i figli, o il senso più radicale dell'amicizia fraterna, l'innamoramento, le domande sul senso del futuro, il coraggio di inventarsi.
In questo luogo nordestino provinciale dove il senso dell'identità legato all'efficenza è troppo povero per lasciare uno spazio sociale alla comprensione della malattia, del cambiamento, della fragilità come forza creativa e basta il fallimento di un'industria per essere spogliati della propria dignità più profonda, la lingua e il monologo e la corporeità scenica di Roberto Conte sono un'efficace tessuto artistico in cui lo spettatore si trova partecipe e dialogante.
A fronte delle inevitabili difficoltà nella lentezza dei tempi di narrazione per questo kammerspiel tutto legato ad una scena  ad ambientazione unica e basato unicamente sul flusso dei pensieri con l'intervento solo di alcuni rumori e di una colonna sonora semplice ed evocativa, Conte ci restituisce un tracciato molto movimentato di un'anima intera che ne è sempre, ad ogni tratto anche molte altre, diverse. Resta sotteso in tutti i riferimenti generazionali espressi attraverso le citazioni di brani musicali e gli squarci sociali ed economici, anche il racconto di altri destini, diversi, solo per caso o perchè Gigi è anche l'emblema del fatto che "a qualcuno deve pur andar male perchè gli altri seguano il loro luminoso percorso".
Ed è tutto ciò regalato da questa lingua così vera, da questo corpo scenico che si porge nella sua semplcità ferita e compiuta.

Ivana Prior (Gennaio 2012)


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Un monologo convincente, quello che è stato presentato al Teatro Maffioli di Caerano, in cartellone per Il Teatro delle Lune.
Gli autori, la coppia Gianni Dello Iacovo – Marina Sernaglia, hanno scritto la piece dal titolo Stivai con piglio controllato. Si sono accollati il rischio e -a mio modo di vedere- hanno superato brillantemente il crinale su cui si regge l’opera, senza indulgere a patetiche rappresentazioni di stereotipi teatrali umani o dall’altra parte, ancor peggio, senza ricorrere a memoriali artificiosi e didascalici: con pacatezza emerge la vicenda esistenziale di un uomo, anzi di un piccolo imprenditore della scarpa, e la parallela rievocazione del contesto sociale ed economico in cui si colloca la sua esperienza.
Gigi è stato un protagonista di una epopea favolosa di trasformazione: un mestiere umile, quello del calzolaio, attraverso la scoperta del connaturato grande potenziale di sviluppo industriale, diviene fonte di ricchezza inimmaginabile e repentina. Tutto ciò è frutto di vera abilità artigiana e dell’entusiasmo personale, ma unite a una intuizione creativa rara: dote ribelle, quando si tratta di realizzare modelli nuovissimi e dunque si successo, rispetto agli stilemi della mentalità provinciale, una mentalità “da campagna” direbbe il Gigi. A tanto coraggio creativo corrisponde invece la naturale prudenza della gente semplice, appunto “da campagna”, quando si tratta di mantenere un profilo basso nel modo di concepire la vita. In fondo Gigi, anche nel momento del suo massimo splendore è rimasto il lavoratore indefesso, ancorato a valori semplici e ad abitudini altrettanto consolidate nella prospettiva tradizionale della gente della provincia veneta, di cui è figlio legittimo.
Il suo racconto procede per narrazioni sovrapposte: ai ricordi dell’infanzia e dei propri amici che in futuro, fino ad un certo momento saranno anche compagni di impresa, fa riscontro la tenerezza e la malinconia di un amore perduto per inesperienza e timidezza… Chissà, se avesse seguito fino in fondo il proprio istinto senza lasciarsi distrarre, come avrebbe piegato diversamente il corso della sua vita.
Il Gigi è uno sconfitto, uno che è caduto dalle stelle alle stalle e perciò si è ammalato fino a perdere la ragione, solo ora parzialmente ritrovata: ha sposato una donna sbagliata, ambiziosa, rapace. Ora trascorre le sue giornate su una panchina, ad ascoltare con le cuffiette la musica dei suoi anni migliori. Disegna sui fogli modelli di calzature che non troveranno mai più altri acquirenti.
La sfortuna ad un certo punto si è accanita contro di lui, quando si è lasciato convincere a fare il salto di qualità: affidarsi ad un consulente esterno, uno che sapeva parlare, uno come si direbbe da queste parti “studiato”. Quando Gigi ha rinunciato a fidarsi del proprio fiuto, a tener conto della propria natura di artigiano modesto e responsabile, uno di quelli che fanno il passo commisurato alla propria gamba, subito è stato punito.
L’opera assume a tratti un inquietante significato allusivo: la provincia veneta, terra di individualità generose e capaci di generare un sano benessere dalle proprie mani benedette e col buon senso, regredisce fino all’indigenza se abbandona la propria naturale filosofia, che in fondo è figlia di una genuina mentalità “da campagna”. Prosperano gli arruffoni e se ne intravedono i tratti, i banditi del mattone, i cavatori, certi politici scaltri, ma le persone per bene devono stare molto attente. C’è un destino di predestinazione, a cui anche Gigi sembra assegnato, ma lui non è un uomo vinto. Come tutti gli umili pare accettare con temperanza la sorte che gli è toccata, senza traccia di invidia o di maledizione. Il personaggio, coerentemente interpretato dall’attore Roberto Conte, mantiene per tutta la serata un tono da Forrest Gump, quasi da eroe per caso: eguale a se stesso nella buona come nella cattiva sorte e rievoca le sue vicissitudini (indirettamente fa riferimento ad un certo modello di sviluppo di questa provincia) senza la roboante celebrazione, ma anche senza accenti di dramma. Così il pubblico viene accompagnato, quasi condotto per mano in un dialogo intimo e gradevole, cui non manca la verve di qualche passaggio sorridente e qualche nota di tristezza dignitosa.
Un accenno va fatto all’uso del dialetto: personalmente sono convinto che spesso se ne faccia un uso improprio, nell’arte teatrale, così come anche in poesia. A volte, in modo analogo, se ne abusa in cucina, per coprire un risultato di gusto non abbastanza saporito che con l’uso di questo ingrediente si tenta di confondere. Quando si riconosce quest’uso furbo (o inconsapevolmente incompetente) il risultato è davvero sgradevole. Nel caso di Stivai la trasposizione di Roberto Conte risulta azzeccata e coerente con il tono del monologo: si tratta di un dialetto garbato e per nulla pretenzioso che conferisce uno spessore di realismo appropriato.
Recitazione verosimile e attraente, magari a tratti intervallata da pause di silenzio in parte superflue, dato che il testo si segue con facilità, ma l’insieme è piacevole e, caratteristica non comune, interessante.

Roberto Masiero (Gennaio 2012)

3

Dal periodico online Traiettorie :

Uno spettacolo in lingua veneta, della provincia trevigiana, che fa del racconto per un solo attore in scena, uno spaccato di vita in cui si può riconoscere l'evoluzione di una cultura: dalla terra alla città, dall'agricoltura all'impresa, dalla povertà semplice e dignitosa di chi non conosceva lussi e svaghi oltre i confini del proprio paese, all'imprenditoria, chiave di accesso per il più vasto mondo del mercato.
Roberto Conte, attore dello spettacolo “Stivai” in scena il 30 agosto 2012 a villa Wassermann, nei panni di Gigi, dopo avere conosciuto gli agi e la serenità della famiglia, grazie alla propria innata capacità imprenditoriale nel settore delle calzature, viene truffato e perde il frutto di una vita di ingegno e lavoro. Ora solo e vecchio ripercorre la storia della sua vita, dagli amici d'infanzia al rapporto con il burbero padre tradizionalista, al rapporto con le donne, mentre si ritaglia nello sfondo una società in trasformazione, di valori e abitudini mutate. E' la possibilità per un'analisi interiore nel tentativo di comprendere gli errori fatti e le occasioni perse, nella panchina di un parco, ma anche una lucida denuncia della disgregazione morale di un nord est produttivo, che nel proprio percorso ha lasciato per strada affetti e relazioni , nell'impietosa rincorsa al denaro.
Drammatica e commovente l'interpretazione di Conte, capace di ritmo e di pause ricche di significati, convincente interprete di stati d'animo e di memorie, con la delineazione di un personaggio aderente al reale, che pur nella disperata solitudine lenita da cure antidepressive, mantiene la voglia di ricominciare, nello spirito più genuino di una cultura imprenditoriale che non si piega alle difficoltà.
Il pregio dello spettacolo, produzione del Teatro delle Lune di Montebelluna, è sia quello di tenere viva la memoria nell'analisi dell'evoluzione del nostro periodo storico, sia la bravura attoriale dell'interprete, sempre capace di arrivare al pubblico con grande intensità espressiva, oltre che con la parola anche con il gesto, il corpo, l'espressione mimica studiati al dettaglio; ravvisiamo un limite nella scelta del dialetto, che, se coerente con il tema trattato, mantiene lo spettacolo in una dimensione locale, quasi privata, impedendogli di essere testimonianza di più ampia portata.
(Settembre 2012)

2 commenti:

  1. Finalmente una bella serata di teatro nel quale si è parlato di qualcosa che davvero ci appartiene, che fa parte della nostra storia, che parla di ieri ed inevitabilmente dell'oggi. Non una commedia col solito schema più o meno fisso e quindi in qualche modo ripetitivo.
    Si è trattato invece di un monologo ricco di pathos e che ha tenuto alta la partecipazione e la condivisione delle emozioni da parte del pubblico. In sala non volava una mosca...
    Bravi Marina e Gianni nell'aver identificato questo soggetto e nell'averlo così ben sviluppato! Bravo Roberto nell'interpretazione e nello studio del personaggio: che struggente quella gamba che, da seduto, tremava e che solo l'accavallare della stessa sull'altra le portava un pò di pace.
    Tutti a Montebelluna, chi più e chi meno, sono stati coinvolti nel mondo del calzaturiero per tanti anni. Poteva trattarsi del ragazzotto che, forte dell'idea giusta, realizzava un prodotto di successo, vivendo così un periodo di grandi soddisfazioni lavorative. Salvo poi, in diversi casi, incontrare problemi di varia natura e terminare non sempre nel migliore dei modi la propria esperienza lavorativa. Ma si è trattato anche di lavoranti a domicilio. Tanti, tantissimi. Tutti a casa erano tenuti a partecipare alle lavorazioni. Ed ecco allora l'applicazione del mastice (e cos'erano mai i sistemi di aspirazione?), le rifilature, scatoloni coi semilavorati in giro per la casa, l'invasione di peli dei pezzi dei moon boot in capra...
    Grazie a questo però, pur con tutti i limiti del caso, è nata e si è sviluppata un'economia di tutto rispetto. Grazie al lavoro, allo spirito di intraprendenza, a certe intuizioni, al sacrificio.
    Poi, in qualche modo, molto si è perso. Anche durante, a onor del vero. Sono mancati degli elementi importanti in questo processo di crescita. Le battute all'interno del monologo ne sono sono spesso una conferma: un certo tipo di etica prevalente, lo scarso valore attribuito alla cultura, la non pianificazione dello sviluppo, lo scarso credo nella necessità di partecipazione a network più allargati, l'edilizia un pò selvaggia.
    Volendo dare un suggerimento, direi che sarebbe stato opportuno che tale rappresentazione avesse visto il protagonista porsi delle domande sul perchè di tutto ciò. Nel finale, direi. Si sarebbe potuto trattare di una domanda aperta, senza risposta. Una domanda che avrebbe però lasciato nel pubblico un dono prezioso: un pensiero attorno a cui lavorare al ritorno a casa. Una domanda relativa alla situazione vissuta da quest'uomo ma con riferimenti anche all'oggi e all'epoca caratterizzata da profonde incertezze che stiamo vivendo. Certo, non mi sarei aspettato di vedere Gigi cambiare improvvisamente sul finire del monologo e divenire così un fine intellettuale e con grandi capacità di analisi. Avrei visto bene un Gigi che, dall'alto di una situazione di maggior consapevolezza, anche se di sofferenza, fosse giunto a porsi una domanda sui bugs del sistema, su cosa fosse venuto a mancare e sull'ansia del domani. Questo, ritengo, avrebbe potuto rappresentare un momento di grande valore della rappresentazione ed alzarla ulteriormente di livello. Non solo descrizione ma un minimo di analisi, anche se sotto forma di una sola domanda espressa in modo semplice.
    E' solo un suggerimento per un monologo che, a mio avviso, è stato assolutamente eccellente.
    Ancora un bravo a tutti e continuate così.
    Ciao
    Sergio Menegon

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  2. Ho visto lo spettacolo e devo dire che l'ho trovato per alcuni aspetti curato, essenziale, preparato bene nell'affrontare un tema delicato però sono tornato a casa con un pò di amaro in bocca, perchè conoscendo perfettamente questa realtà, oltre a riconoscerne certe figure ispiratrici, ho avuto l'impressione di vedere una fotografia, una fotografia di quanto è successo in questo territorio, vista con occhi poco o non sufficientemente critici, una fotografia che chi vive da queste parti conosce bene, una fotografia però senza sottostante didascalia che sarebbe necessaria per far comprendere questa vicenda anche ad un pubblico non strettamente locale.
    A mio avviso la "malattia mentale" del protagonista avrebbe potuto dare spazio ad una analisi più sferzante di quello che ha prodotto il fenomeno della fabbrica diffusa nel nostro territorio (si sarebbe potuta usare una forma di lucida follia del protagonista), per parlare per esempio del perchè piuttosto che andare alla fiera di Monaco (ISPO) in tutti non si sia creato quì, in Veneto, un polo fieristico serio; perchè sia stato devastato così il territorio che solo adesso ci rendiamo conto di quanto bello fosse; perchè imprenditori che erano leaders nel mondo nei loro settori (e quindi che hanno prodotto articoli d'avanguardia) si siano sempre affidati, sia per le loro fabbriche che per le loro abitazioni ai geometri (i tecnici meno adatti e meno preparati a mettere le mani sul territorio, perchè le uniche fabbriche degne di nota sono la ex Brionvega di Casella d'Asolo e la Benetton di Ponzano; perchè un territorio che ha prodotto le costruzioni più copiate al modo (mi riferisco alle ville venete) ha prodotto questa edilizia banale e indifferenziata; perchè di tutto quell'apparato produttivo non sia rimasto praticamente niente; perchè questi imprenditori non sono riusciti ad educare neanche i figli visto che più del 90% delle aziende non ha retto il cambio generazionale. E la lista potrebbe continuare ancora a seconda della piega con cui si decide di analizzare il periodo. Dicevo la "didascalia" per spiegare la fotografia, per dargli una chiave di lettura critica, più attuale, per togliere questo provincialismo dei veneti così fastidioso che Paolini e pochi altri sono riusciti ad evitare.
    Queste poche righe non vogliono in nessun modo essere una critica fine a se stessa, ma la manifestazione di uno stato d'animo provato e, se lo riterranno opportuno, una serie di spunti da dare agli autori per l'evoluzione di un lavoro notevole, impegnativo e coraggioso per la scelta di un tema così attuale.
    Massimo Vettoretti

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